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Per
le strade di PANORMUS - "Tutto porto"
La città di Palermo possiede uno straordinario patrimonio
artistico–culturale: chiese, palazzi, ville, giardini, dipinti, sculture,
reperti archeologici. Molti monumenti della città, prima dimenticati, sono
stati ritrovati grazie all’iniziativa di "Palermo apre le porte – La
scuola adotta un monumento" che si rinnova di anno in anno dal 1995. La
scuola palermitana, con il suo impegno e il suo entusiasmo, è riuscita a
compiere quasi un miracolo: circa il 60% dei monumenti adottati è stato
restaurato e riaperto al pubblico, circa il 20% è in corso di restauro.
Palermo, grazie ai ragazzi, agli insegnanti e a tutti gli operatori scolastici
impegnati nel progetto, è stata conosciuta nel resto d’Italia e del mondo per
quella che è: una città bellissima, con la sua storia, i suoi monumenti,
l’arte e la natura, le sue gioie e i suoi dolori, i suoi problemi e le sue
risorse.
Il progetto prevede degli itinerari monumentali costruiti per zona; ognuno di
essi comprende chiese e monumenti che, "adottati" da singole scuole,
sono illustrati da bambini e ragazzi con allegria ed entusiasmo trascinante, a
turisti e cittadini.
L’iniziativa, che ha avuto un importante successo, ha permesso a Palermo di
essere riconquistata all’affetto e all’apprezzamento dei suoi cittadini,
prima di tutto, ma anche degli altri.
Si possono individuare 10 principali zone o itinerari nei quali la città si
estende: Mandamento Palazzo Reale – La strada del Vicerè Maqueda –
Mandamento Castellammare – La Kalsa e dintorni – Lo stradone di
Mezzomonreale – A’Ziz – Palermo e la costa orientale – La Real Favorita
– La riserva di Monte Gallo – Le torri e le ville.
Itinerario 1: Mandamento Palazzo Reale – Cassaro e Cattedrale
Il Cassaro, l’attuale Corso V. Emanuele, è delimitato da Porta Nuova e Porta
Felice. La prima è situata fra il Palazzo Reale e il quartiere militare di S.
Giacomo, la seconda invece chiudeva il Cassaro sul mare e facevano parte della
cinta muraria, contenente la città vecchia, che rese Palermo, per lungo tempo,
città inespugnabile.
Accedendo al Cassaro da Porta Nuova, sulla destra si trova il Piano del Palazzo
Reale, spianato nella seconda metà del XVI secolo. Dopo la vittoriosa lotta che
nel 1820 vi sostennero gli insorti palermitani contro i Borboni, questa piazza
prese il nome di "Piazza Vittoria". Nel 1905 il sindaco Bonanno la
abbellì con palme, trasformandola in una villa, che prese il suo nome. In età
barocca il Senato palermitano vi fece erigere un grandioso monumento in onore di
Filippo IV, la cui statua, distrutta durante i moti del 1848 e sostituita poi
con quella di Filippo V, dominava sui simboli delle quattro parti del mondo e
sugli otto stati da lui governati.
Il Palazzo dei Normanni (o Palazzo
Reale), posto al culmine della città più
antica, tra i fiumi Kemonia e Papireto, un tempo sede degli Emiri, poi dei re
Normanni e dei vicerè spagnoli, è dal 1947 sede dell’Assemblea Regionale
Siciliana. Il suo attuale aspetto chiuso e continuo è dovuto alle costruzioni
più recenti che si sono via via inserite o sovrapposte alle articolate e
distinte masse arabe e normanne. La lunga facciata principale copre le absidi
della meravigliosa Cappella Palatina, che, in tempi normanni, erano visibili al
di sopra di svelti loggiati colleganti le torri. In una di esse, la torre
Pisana, è posto l’Osservatorio Astronomico. La Cappella Palatina, costruita
nel 1130, anno dell’incoronazione di Ruggero II, è arricchita da splendidi
mosaici; il suo soffitto ligneo suscita indefinita spazialità e vibranti
chiaroscuri.
Attorno alla piazza sono raccolti i monumenti più rappresentativi delle diverse
epoche: Palazzo Sclafani (sec. XIV), la Cappella della Soledad (sec. XVII), il
Convento della Trinità, il monastero di S. Elisabetta, la chiesa e l’oratorio
dei SS. Elena e Costantino (sec. XVI), il Palazzo Arcivescovile, il quartiere
militare di San Giacomo (sec. XII).
Oltrepassata la piazza della Vittoria si arriva alla maestosa, composita e
affascinante Cattedrale, la quale è il monumento che più si erge a simbolo di
Palermo e della sua storia millenaria segnata dallo straordinario incontro tra
cultura e religioni diverse. Lo sguardo si perde nei meandri architettonici del
suo prospetto e fra le opere d’arte dell’interno. Già paleobasilica, poi
moschea, infine riportata al ruolo di chiesa madre dal condottiero normanno
Roberto il Guiscardo, la Cattedrale conserva un fastoso patrimonio: le cappelle,
il presbiterio, l’altare, raccolgono quanto di meglio abbiano espresso le
molte e grandi culture che si sono susseguite, sovrapposte e integrate in terra
di Sicilia. Nella sua navata destra sono sistemate le celebri tombe reali di
Ruggero II, Enrico VI e di Federico II lo Svevo.
Proseguendo il cammino lungo Corso Vittorio Emanuele, dopo via del Protonotaro,
sulla destra si erge la chiesa del S. Salvatore, con annesso l’omonimo
Monastero. Subito prima dell’incrocio con Via Maqueda si incontra la chiesa di
S. Giuseppe dei Teatini, addossata al Cantone meridionale di Piazza Vigliena
(Quattro Canti), una delle più alte espressioni del primo barocco palermitano.
Prima di arrivare in Via Roma, sulla sinistra, si trova la chiesa di S. Matteo
del XVII secolo. Nel tratto del Cassaro Nuovo s’incontrano diversi palazzi di
epoche differenti fra i quali Palazzo Vannucci, Palazzo Ventimiglia, Palazzo
Roccella e Palazzo Amari.
Superata la Via Roma, il Cassaro Nuovo prosegue fino ad incontrare sulla destra
Piazza Marina al centro della quale è situata la Villa Garibaldi, un giardino
pubblico che sviluppa, su una superficie di mq. 10328, un’elevata diversità
di specie arboree, per lo più rare e pregiate, tra le quali emergono altissime
palme esotiche, una Dracaena Draco (albero del drago) e tre colossali Ficus
Magnolioides, uno dei quali è il più grande albero d’Italia.
Ai margini della Piazza Marina, rivolta verso il Cassaro si trova la fontana del
Garraffo, purtroppo fortemente mutilata dalle bombe nella seconda guerra
mondiale e ultimamente restaurata, che precede il palazzo delle Finanze e quello
della Zecca. In Piazza Marina si può ammirare Palazzo Steri (dal latino
hosterium, palazzo fortificato), fondato nel 1300 come dimora fortificata dei
Chiaramonte, che, a quei tempi, era la famiglia più potente di Palermo.
Tornati su Corso Vittorio Emanuele e proseguendo il cammino verso il Foro
Italico, si può visitare la chiesa di Santa Maria della Catena (1330), sorta
proprio nel punto delle mura in cui era fissata la catena che chiudeva
l’antico porto di Palermo: la Cala.
Sulla destra, prima di arrivare a Porta Felice, da una scalinata si accede alla
Passeggiata delle Cattive, dove affacciano, con i loro terrazzi, i più bei
palazzi (Benso, Butera, Lampedusa), un tempo proprietà della nobiltà
siciliana. Qui le vedove, o Captivae (prigioniere), da cui il nome, vestite a
lutto potevano passeggiare appartate senza partecipare alla vita pubblica.
Rimasta chiusa per diversi anni, la Passeggiata è stata riscoperta dalla
cittadinanza nel 1996.
Al termine dell’itinerario troviamo la seicentesca Porta Felice, così
chiamata in onore della moglie del Viceré Marcantonio Colonna che la fece
costruire, la quale permette l’uscita verso il mare e in corrispondenza della
quale si svolge, annualmente, l’atto finale del Festino palermitano, storica
festa cittadina in onore di Santa Rosalia, patrona della città.
Itinerario 2: La Strada del Vicerè Maqueda e il Mandamento Castellammare
L’asse Via Ruggero Settimo - Viale della Libertà, nato nella seconda metà
del secolo scorso, innestatosi a quello seicentesco di Via Maqueda, ha cambiato
la secolare fisionomia urbanistica della città, assegnando funzione secondaria
a quello tradizionale del Cassaro.
Il nuovo centro cittadino parte dalla Piazza Castelnuovo, dove si può ammirare
il Teatro Politeama, edificato nel 1874 su progetto di Giuseppe Damiani Almeyda
in stile neoclassico pompeiano, che annette la Galleria d’Arte Moderna,
accogliente opere di artisti italiani e, in particolare, siciliani dell’800 e
del 900; davanti ad esso si erge la statua di Ruggero Settimo, capo del governo
rivoluzionario del 1848, scolpita nel 1865 da Benedetto Delisi.
Da qui si accede alla Via Ruggero Settimo, elegante strada su cui si trovano i
migliori negozi della città, che collega la Piazza Castelnuovo con Piazza
Verdi, su cui si eleva, affascinante e stupefacente, il Teatro Massimo.
Negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia nacque l’esigenza
di dare alla città un teatro lirico e moderno. Si decise di destinare alla
costruzione del nuovo teatro un’area di circa 25.000 mq. al di là di Porta
Maqueda. Nel 1874 iniziarono i lavori con grande solennità, su progetto di G.B.
Basile e del figlio Ernesto e nel 1897 venne inaugurato il nuovo tempio della
lirica palermitana: il Teatro Massimo, uno dei più grandi e belli d’Europa,
il quale presenta, ai lati dello scalone, due bellissimi gruppi bronzei,
raffiguranti dei leoni: a sinistra "La Lirica", di Mario Rutelli e a
destra "La Tragedia", di Benedetto Civiletti. Il teatro venne
successivamente chiuso per motivi di sicurezza e finalmente, dopo essere stato
riaperto al pubblico nel 1997 con una solenne cerimonia inaugurale, è tornato
ad essere una componente essenziale del fascino di Palermo, tanto da essere
stato utilizzato, recentemente, per un rilancio in grande stile della moda
siciliana.
In Via Bara all’Olivella ha sede il Museo Teatro Cuticchio. Il teatro
tradizionale siciliano delle Marionette, o "Teatro dei pupi", in cui i
"pupi" sono fantocci costruiti a immagine e somiglianza dell’uomo,
mossi per mezzo di fili, rappresentanti, per lo più, le eroiche leggende
cavalleresche ispirate alla storia dei reali di Francia, di Carlo Magno, dei
Paladini e delle Crociate. Lo spettacolo delle marionette ha origini antiche (si
parla dei pupari siracusani che operavano ad Atene ai tempi di Socrate), ed è
diffuso in ogni continente. Attualmente a Palermo esistono due teatrini: l’Ippogrifo
di Nino Cuticchio e il Santa Rosalia di Mimmo Cuticchio.
Lungo la Via Maqueda, nel tratto che conduce alla stazione centrale, si eleva la
bella fontana di Piazza Pretoria. Denominata un tempo "Piano della
Corte", la piazza venne indicata con l’attuale toponimo perché vi
prospettava il Palazzo Municipale, detto anche Pretorio in quanto vi risiedeva
il "Primo cittadino", chiamato Pretorio. La piazza è limitata da
bellissimi edifici: la chiesa di S. Caterina (1566) e la chiesa di S. Giuseppe
dei Teatini (1612).
La fontana fu eseguita nel 1552 da Francesco Camilliani e Michelangelo
Naccherino, ottimi scultori fiorentini, per una villa fiorentina di Don Pietro
di Toledo e poi fu venduta al Senato palermitano.
Fanno parte dell’itinerario la Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria e la
sua Cripta, la Chiesa di S. Anna, la Chiesa di S. Nicolò da Tolentino,
l'Archivio Storico ed il Quartiere della Meschita, il Palazzo Marchesi, la
Chiesa del Gesù, la Cappella del Sabato, la Chiesa del Carmine, il Museo
Giorgio Gemellaro, la Chiesa ed il Chiostro di S. Antonio, il Portale di Gesù
Maria e Giuseppe e la Chiesa dell’Assunta.
Itinerario 3: Negli appetitosi meandri della gastronomia palermitana
Palermo, aristocratica e plebea, ha sviluppato due filoni d’arte culinaria,
diversi ed entrambi interessanti.
Nella cucina popolare l’uso delle carni in generale, e del vitello in
particolare, è limitato alle festività solenni in occasione delle quali
l’abilità popolare è riuscita a trasformare tagli di carne poco pregiata in
pietanze originali e importanti. Tra queste, il Falsomagro (grosso
involtino di carne ripieno di pangrattato, uva passa, pinoli, uova, formaggio e
aromi) cotto in salsa di pomodoro; l’arrosto panato (in origine
ammorbidito con sugna e pangrattato) ed il trionfale timballo di anelletti
al ragù arricchito con melanzane, uova sode, formaggio e salumi e fatto dorare
in forno.
Famosissima la caponata siciliana (ricetta antichissima con melanzane,
olive bianche, sedano, capperi, cipolla in salsa di pomodoro e aceto di vino).
Accanto alla cucina popolare familiare si sviluppa quella di strada,
favorita dalla mitezza perenne del clima che invita a vivere all’aperto.
Nei baracchini ambulanti dei vecchi mercati e in occasione delle feste popolari,
le parti di scarto degli animali – in omaggio ad ancestrali ma sempre validi
principi di dietetica ed economia – assurgono ad originali pietanze: calcagni,
lingua e musso bolliti e conditi con sale e limone; quarume,
interiora in brodo bollente ed, infine, polmone e milza che,
bolliti e soffritti con strutto ed alloro, diventano ingredienti di gustosissimi
panini arricchiti con ricotta o formaggio e limone.
Ancora più tipiche le panelle (farinate di ceci fritte), i cazzilli
(crocchette semplici di patate) e tutte le verdure (cardi, cavolfiori, carciofi)
fritte in pastella.
Tipicamente di sapore orientale la cura con cui vengono esposte frutta e verdura
nei mercati palermitani (Vucciria, Ballarò, Capo), le bancarelle estive
d’anguria fredda e quelle di venditori di semi di zucca salati, ceci tostati (Càlia),
carrubbe infornate.
L‘altra cucina palermitana ha origine nelle regge degli Emiri e nella
scuola dei "monzù", i cuochi francesi che nel 1700 furono di gran
moda presso l’aristocrazia palermitana e introdussero l’uso della pasta
frolla (le ‘Mpanatiglie, sformati di pasta o carne) e delle glasse (il lacerto
agglassato cotto a fuoco lento con cipolle ed aromi delicati).
Ricca e fastosa è la tradizione dolciaria, nata con gli Arabi (furono
loro ad introdurre ricotta fresca zuccherata, cannella, pistacchi, frutta
candita, frutta secca e chiodi di garofano) e continuata nei monasteri per la
gioia del clero e della nobiltà, annovera una lunga serie di "nomi
illustri": la cassata (dall’arabo Kas’at ), dolce pasquale per
eccellenza fatto di pan di spagna ripieno di ricotta dolce, ricoperto da una
glassa di zucchero e decorato da variopinta frutta candita; la martorana,
marzapane modellato e colorato a mo’ di frutta che prende il nome dal convento
in cui veniva prodotto anticamente, i pupi di zucchero, i biscotti di
San Martino (cotti diverse volte, aromatizzati con gelsomino, cannella e
zuccata), i gelati arabi di scorzonera e di gelsomino, i buccellati
(dolci natalizi di pasta frolla con ripieni di fichi secchi, aromi e frutta
secca e riccamente decorati), il gelato di campagna (dolce a base di
zucchero e mandorle, morbido e molto colorato), la gelatina di mele cotogne,
la cubbaita (semi di sesamo, usati a Palermo anche per aromatizzare il
pane ed i biscotti, racchiusi in un trasparente caramello) e, per finire, le sfincie
di San Giuseppe (bignè fritti conditi con crema di ricotta).
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